Cristina Gnan

Il manager sopraffatto. Quando guidare gli altri diventa un peso insostenibile

Il manager sopraffatto. Quando guidare gli altri diventa un peso insostenibile

Quando la promozione non basta: ritrovare il perché di chi guida

Nel corso della nostra prima sessione di coaching, un manager mi ha detto: “Non so se mi piace davvero fare questo lavoro, gestire persone. A volte mi chiedo se non stessi meglio prima, quando ero solo io e i miei risultati.”

Un professionista capace, stimato, con anni di esperienza.

Eppure, in quel momento, stava rimettendo in discussione il senso stesso di ciò che faceva ogni giorno e il fatto di farlo guidando altre persone.

In quella domanda ho visto la sua disponibilità a guardare in faccia una realtà che spesso si preferisce ignorare.

Non è un caso isolato.

Tre ricerche recenti mettono in numeri qualcosa che vedo sempre più spesso.

Il Cegos International Barometer 2025, condotto su oltre 4.000 manager in 10 paesi, rivela che in Italia il 41% dei nuovi manager non ha scelto attivamente questo ruolo. Ci è arrivato su proposta dell’azienda. A livello globale, la percentuale si inverte: il 69% lo sceglie attivamente.

Cosa significa diventare responsabile di persone senza averlo davvero voluto?

Significa iniziare un percorso senza bussola interiore. Senza una risposta chiara alla domanda più importante: perché sono qui?

Il report Gallup “State of the Global Workplace” 2025 dice che solo il 27% dei manager nel mondo si sente realmente coinvolto nel proprio lavoro.

Un dato in calo, anno dopo anno. Il 70% della varianza nell’engagement del team dipende direttamente dal manager, non dalle politiche aziendali o dagli stipendi.

Infine, il rapporto Censis-Eudaimon ci dice che in Italia 1 lavoratore su 3 è a rischio burnout.

Nel middle management, questo dato diventa ancora più critico: chi sta nel mezzo, tra la direzione e il team, assorbe pressioni da tutte le direzioni, spesso senza spazi di decompressione né di confronto.

L’IDENTITA’ CHE NESSUNO HA AIUTATO A COSTRUIRE 

Ma torniamo al manager, al mio cliente, perché non voglio portare solo studi e percentuali: il suo caso mi permette di introdurre una riflessione importante.

Con lui, nelle settimane successive, abbiamo lavorato per capire da dove venisse quella sensazione e la frustrazione che si portava dietro.

Non era che non gli piacessero le persone, anzi, ci sapeva fare, e bene. Il problema stava nel ruolo, nella motivazione, nell’identità professionale.

Spesso quando l’azienda chiede a una persona di diventare responsabile di un team, non la aiuta a ridefinire la propria identità professionale.

Spesso le persone passano dall’essere brave nel proprio lavoro all’essere responsabili di altri che devono essere bravi nel loro. Un salto enorme, dato per scontato, che presuppone che ti piaccia il ruolo che hai a prescindere.

Si chiede ai responsabili di essere coach, motivatori, innovatori, comunicatori, di esercitare la propria leadership mantenendo al tempo stesso il focus sull’operatività. Ma quasi mai si dà loro lo spazio per chiedersi: chi voglio essere io, in questo ruolo? Cosa mi dà energia? Cosa mi svuota? Cosa mi può aiutare a crescere?

PRIMA DI MOTIVARE, BISOGNA AVERE CHIARO PERCHÉ SI É SCELTO DI GUIDARE  

Il cuore del problema, secondo me, è qui.

Prima ancora di capire come un manager possa motivare efficacemente il proprio team, bisognerebbe lavorare sulla motivazione di chi guida e sull’allineamento al proprio ruolo.

Un buon manager può ispirare, comprendere, motivare se ha ben chiaro cosa dà senso al proprio ruolo e se si prende cura di sé prima di poter essere modello per altre persone.

Hai scelto questo ruolo perché ami accompagnare la crescita delle persone?

Perché vuoi vederle fiorire, sostenerle nei momenti difficili, tirar fuori il meglio da ciascuna?

O perché l’azienda te lo ha chiesto e lo hai visto come l’unico modo per avanzare, per guadagnare di più, per non restare fermo?

Non c’è una risposta giusta o sbagliata.

Ma è fondamentale darsela, con onestà e con la maturità di mettersi in discussione, perché da lì si può trovare un modo di stare nel proprio ruolo che sia davvero sostenibile.

DOMANDE DA CUI RICOMINCIARE

Se sei un manager, ecco alcune domande che possono diventare un punto di partenza concreto.

→ Dove trovo energia nel mio lavoro? E dove invece la perdo?

→ Quanto tempo dedico davvero al mio team, non per risolvere problemi urgenti, ma per farlo crescere?

→ Cosa mi darebbe senso in questo ruolo, se potessi ridisegnarlo anche solo un po’?

→ Ho spazi in cui confrontarmi con altri che capiscono?

UN PERCORSO POSSIBILE

Quello che manca, nella maggior parte delle organizzazioni, non è formazione tecnica. È uno spazio in cui i manager possano fermarsi, fare domande scomode a se stessi, ridefinire la propria identità professionale con consapevolezza.

Strumenti come il coaching individuale e momenti di riflessione strutturata sono importanti per permettere a chi guida di non restare solo con il peso di un ruolo che nessuno ha insegnato davvero a tenere.

Quel manager di cui ti ho parlato all’inizio?

Nel nostro percorso ha ritrovato il suo perché. Ha capito cosa gli piace fare e dove può portare maggiore valore contribuendo alla crescita propria e delle altre persone.

Oggi guida il suo team con molta più leggerezza e più efficacia.

Non esiste un unico modo di essere manager.

Ma esiste la possibilità di esserlo in modo consapevole, autentico, sostenibile.

E spesso, è da una domanda onesta, quella che si rimanda da troppo tempo, che tutto comincia.

Se mi hai letto fin qui, scegli quale può essere la domanda più utile per te oggi.

 

FAQ – Domande frequenti sull’essere Manager

Cosa fare quando non ho scelto io il ruolo di manager?

È più comune di quanto si pensi: secondo una ricerca pubblicata su Il Sole 24 Ore, 1 manager su 5 dichiara che, se potesse scegliere, preferirebbe non gestire altre persone. Il problema non è il ruolo in sé, è l’assenza di un lavoro interiore su cosa significa per te occuparlo. Prima di decidere se cambiare, vale la pena capire da dove viene il disagio e se c’è un modo di stare in quel ruolo che sia davvero tuo.

Come capisco se quello che sento è burnout o solo un periodo difficile?

La stanchezza passa con il riposo. Il burnout manageriale è diverso: è un senso persistente di svuotamento legato al ruolo, non al carico di una settimana. Secondo i dati Gallup 2025, il 45% dei manager di livello intermedio riporta burnout, la percentuale più alta tra tutti i gruppi di lavoratori. Se ti chiedi spesso “perché sto facendo questo?” o senti che il tuo lavoro ha perso senso, non è stanchezza: è un segnale che vale la pena ascoltare.

Perché i manager del middle management si sentono così soli?

Perché stanno nel mezzo: devono rispondere alla direzione e al tempo stesso sostenere il team, spesso senza spazi di confronto o decompressione. Il numero medio di riporti diretti per manager è aumentato del 50% negli ultimi dieci anni. Chi guida altri raramente ha qualcuno che lo guidi a sua volta — ed è proprio questa solitudine a rendere il ruolo insostenibile nel tempo.

Il coaching può aiutare un manager che si sente sopraffatto?

Sì, ma non vederlo solo come un modo per “darti strumenti per gestire meglio il team”. Il coaching individuale lavora prima di tutto su chi sei tu in quel ruolo: da dove viene il disagio, cosa ti dà energia, cosa invece ti svuota. È uno spazio in cui fermarsi a fare le domande che il lavoro quotidiano non lascia mai il tempo di fare.

Come posso motivare il mio team se io per primo non sono motivato?

Non puoi farlo a lungo, e i dati lo confermano: il 70% della varianza nell’engagement del team dipende direttamente dal manager. Un responsabile che non sta bene nel suo ruolo trasmette quel disagio, spesso senza rendersene conto. Il punto di partenza non è una tecnica di leadership, è ritrovare il tuo perché. È ricaricarti, prenderti cura di te, essere modello per le persone che puoi ispirare. Da lì, tutto il resto diventa più naturale.

 

Vuoi ridare senso e significato al tuo ruolo manageriale e ritrovare la motivazione?

Se senti la fatica e la frustrazione crescere o la motivazione calare, prenditi il tempo di ascoltare le tue sensazioni e porti le domande potenti che possono aiutarti a trovare nuove risposte.

Come posso aiutarti

Supporto imprenditori, manager e team a ridefinire la propria identità e ruolo professionale, a ritrovare direzione e motivazione per guidare meglio se stessi prima di guidare gli altri,  con percorsi concreti e su misura.

Facciamo un primo confronto

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